Divagazioni

Centro Studi Lazzaro Spallanzani

Lo storico e il giornalista (1995-99)

Enciclopedie e dizionari - specialmente se vengono ristampati ed acquistano un certo credito - rappresentano spesso anche dei temibili strumenti di diffusione di errori e luoghi comuni che si tramandano nel tempo a causa all'inveterato, e mai troppo poco deprecato, malvezzo di non risalire alle fonti originarie ma di ripetere quello che altri in precedenza hanno detto e scritto. L'Enciclopedia cronologica delle scoperte e delle invenzioni di Giorgio Rivieccio (Milano, Rusconi, 1995), che ha avuto ben due ristampe nel primo anno di pubblicazione, non sembra sfuggire a questa regola: almeno nel caso di Spallanzani. Lo scienziato scandianese viene giustamente annoverato come l'inventore della "prima fecondazione artificiale" realizzata nel 1773. Ma, chissà perché, solo per sostenere che Spallanzani contenderebbe al "conterraneo e contemporaneo" Luigi Galvani "la palma del più importante esperimento riuscito e male interpretato della storia della scienza" (pp. 40-1). Ma lasciamo la parola a Rivieccio, il quale ci offre in poche righe questo concentrato di banalità, inprecisioni ed interpretazioni dei fatti terribilmente senza senso: "Spallanzani dimostra nel 1773 che è necessaria l'unione del seme maschile con l'ovulo femminile per generare un nuovo essere. Aspira con una siringa il seme di rospo e lo introduce nelle uova della femmina, osservando che le uova vengono così fecondate; poi esegue la prova opposta facendo infilare ai rospi una specie di mutanda e osservando che in questo modo le uova non riescono a essere fecondate. Infine compie una vera e propria fecondazione artificiale iniettando nella vagina di una cagna il seme di un cane. Incredibilmente, però, le convinzioni dell'epoca hanno la meglio sulla pur evidente realtà dei suoi esperimenti, per cui Spallanzani resta convinto che nonostante tutto il seme maschile ha una funzione di "nutrimento" dell'ovulo ma che non è essenziale alla riproduzione" (p. 41). Se gli storici scrivono simili sciocchezze, non ci si deve stupire se poi i giornalisti le fanno proprie, le enfatizzano e tentano di creare dei falsi scoop ai danni degli sprovveduti lettori. In un articolo intitolato Sbagliando s'inventa, comparso nel numero di giugno 1999 della rivista di divulgazione scientifica "Newton", Giovanni Siniscalchi ha dedicato un riquadro anche a Spallanzani. Il titolo appare già significativo, dato che sembrerebbe ricalcare uno spot elettorale di qualche tempo fa: Fecondazione artificiale? No grazie. L'intenzione del giornalista è quella di dimostrare che anche il famoso esperimento di Spallanzani sulla cagnetta "barbonicina" rientrerebbe nella categoria delle scoperte scientifiche realizzate attraverso errori, quasi nonostante il volere dello scienziato stesso. Riprendendo alla lettera Rivieccio, ecco infatti come lo presenta: "Un esempio di esperimento perfetto ma male interpretato, perché il suo autore non riuscì a staccarsi dalle convinzioni della sua epoca" (p. 69). In altre parole, Spallanzani aveva realizzato un esperimento perfetto, ma "incredibilmente" "le convinzioni dell'epoca" - cioè le teorie preformiste di cui anche lui era sostenitore - "ebbero la meglio", per cui egli rimase convinto che "il seme maschile avesse una funzione di 'nutrimento' dell'ovulo ma che non fosse essenziale alla riproduzione". In altre parole, l'esperimento dimostrava che il seme era necessario alla fecondazione; "incredibilmente" però Spallanzani non sarebbe riuscito a comprenderne il senso e continuò a sostenere che il seme serviva solo a nutrire l'embrione preformato, ma non a farlo nascere. Quella offerta da Rivieccio e da Siniscalchi è una lampante ricostruzione 'immaginaria' della scoperta di Spallanzani e di un aspetto significativo della storia della scienza moderna. Nessuno si è infatti mai sognato durante il Seicento e il Settecento di sostenere una cosa del genere! Non solo Spallanzani, ma nessun preformista dell'epoca. C'era effettivamente qualcuno, come Charles Bonnet, il quale sosteneva che il seme serviva anche a nutrire il germe nelle prime fasi dello sviluppo, ma nessuno metteva in discussione il fatto che, in condizioni normali, la fecondazione fosse la conditio sine qua non della generazione. La riproduzione per partenogenesi poteva verificarsi in alcuni casi eccezionali, come negli afidi delle piante, ma per lo stato delle conoscenze del Settecento non poteva riguardare né gli anfibi né tantomeno i mammiferi. Se ne rese conto proprio Spallanzani, quando cercò nei suoi girini di trovare un sostituto dello sperma specifico, ricorrendo non solo a sperma di altre specie - compreso quello umano -, ma anche a tutti i possibili liquidi, organici e no: dal sangue alla bile, dall'aceto al succo di limone, dall'urina alle sostanze acide ed alcaline, e perfino all'elettricità, senza riuscire mai a far nascere le uova. L'autore del dizionario e il giornalista hanno quindi voluto far dire a Spallanzani quello che Spallanzani non avrebbe mai detto, solo per dimostrare a tutti i costi una tesi precostituita. Intendiamoci: che le scoperte siano spesso avvenute anche attraverso gli errori è un fatto ben noto e frequente negli annali della storia della scienza. Ma Rivieccio e Siniscalchi commettono un grave errore ad affermare che questo sia avvenuto nel caso di Spallanzani. Ma non è tutto. Dopo aver frainteso la portata della scoperta, lo storico ed il giornalista non sono stati da meno quando si è trattato di decrivere l'aspetto tecnico dell'esperimento di Spallanzani. A leggere Rivieccio e Siniscalchi pare di vedere Spallanzani, che, come uno dei tanti biologi dei nostri giorni, compie operazioni altamente sofisticate di micro-manipolazione di cellule e di embrioni. In realtà, come sanno bene tutti coloro che hanno letto le sue opere o sfogliato i suoi protocolli di laboratorio, nei suoi anfibi Spallanzani non fece uso di nessuna siringa nei suoi esperimenti con gli anfibi, né introdusse, con la siringa o con altro, il seme dentro le uova. Come avrebbe d'altra parte potuto farlo, con gli strumenti del tempo? Fece molto meno: mise le uova vergini di rana, prelevate direttamente dalle ovaie, dentro una bacinella d'acqua in cui aveva strizzato il seme del maschio ricavato dai testicoli. Il resto lo fecero gli spermatozoi! Solo nell'esperimento di fecondazione artificiale della famosa "cagnetta" Spallanzani fece uso della siringa, ma solo ed esclusivamente per portare il seme dentro la vagina: per compiere cioè un'inseminazione artificiale. Spallanzani comprese bene la portata del proprio esperimento. Da buon preformista, era convinto che l'embrione preesistesse dentro l'uovo, ma non si sognò mai di affermare che la fecondazione non fosse indispensabile per attivare lo sviluppo dell'embrione preformato. Spallanzani pensava che nel seme ci fosse una parte "attiva" che, agendo come una scossa o un impulso meccanico, imprimeva una decisiva accellerazione al battito cardiaco del microscopico embrione - latente fin dal momento della creazione. Ma quale fosse questa frazione dinamica del seme rimase per lui sempre un mistero. Come fece Spallanzani a non accorgersi che erano gli spermatozoi gli agenti della fecondazione, i portatori di quella parte "attiva" che andava cercando? Qui veramente egli compì il suo errore: non nel caso della fecondazione artificiale evocato da Rivieccio e Siniscalchi. Si trattò comunque, non dimentichiamolo, di un errore che è tale solo alla luce del nostro 'senno si poi', ma che era perfettamente compatibile con le conoscenze dell'epoca. Spallanzani studiò a lungo la fisiologia degli spermatozoi e concluse, secondo le indicazioni del grande microscopista olandese del Seicento che per primo li aveva scoperti - Anthony van Leeuwenhoek -, che si trattava di organismi viventi simili agli infusori. Non dunque cellule - come avrebbe potuto d'altra parte pensare una cosa di questo genere! -, ma veri e propri organismi: "vermicelli spermatici", appunto. Passando ad affrontare il problema della loro funzione e del significato della loro presenza nello sperma di tutti gli esseri viventi, Spallanzani escluse in modo tassativo che essi svolgessero un ruolo specifico nella fecondazione. Era stato portato fuori strada dalle sue radicate convinzioni a favore del sistema ovista. Ma Spallanzani era un grande sperimentatore e non si sarebbe lasciato convincere solo da credenze e pregiudizi. In realtà entrò a far parte del gioco anche una serie veramente sfortunata di errori sperimentali. Per ben due volte, infatti, scoprì ("non senza meraviglia", annotò con un certo rilievo in un protocollo) che il seme di alcuni rospi era privo di spermatozoi, e nonostante questo le uova erano state fecondate regolarmente. Successivamente aveva verificato la stessa cosa, anche se nel seme c'erano sì spermatozoi, ma spermatozoi morti. Nel primo caso aveva compiuto un errore di osservazione microscopica, oppure aveva usato ampolle contaminate; nel secondo aveva visto giusto ma aveva sbagliato a giudicare morti spermatozoi che erano probabilmente solo immobili. Fatto sta che, anche in base a queste osservazioni sbagliate, Spallanzani si convinse definitivamente che i "vermicelli spermatici" erano semplici parassiti e non svolgevano nessuna funzione nella generazione. Eppure, nessuno come Spallanzani era arrivato nel Settecento tanto vicino alla soluzione dell'enigma, che sarebbe stato avviato a soluzione nell'Ottocento da Prévost e Dumas. Nel corso del 1781 lo scienziato scandianese stava effettuando alcuni esperimenti di filtrazione dell'acqua in cui era stata sciolta una certa quantità di sperma di rana. Si era subito accorto - non senza aver espresso ripetutamente "stupore", "meraviglia", se non addirittura "estrema sorpresa" - che il potere fecondante dell'acqua spermatizzata diminuiva in proporzione allo spessore e al numero dei filtri adoperati fino ad annullarsi del tutto. Fatta la controprova, aveva constatato che, rimettendo nell'acqua il residuo rimasto sul primo filtro, esso rendeva nuovamente feconde le uova. La parte attiva dello sperma stava quindi lì, sul filtro. Sarebbe bastato che Spallanzani l'avesse sottoposto ad esame microscopico! Non si sa perché, però, non lo fece. Questo è tutto quanto lo storico può dire: non lo fece. Senza stare ad immaginare perché non lo fece, o peggio ancora cosa sarebbe accaduto se lo avesse fatto. Chi pretende di arrovellarsi dietro a questi interrogativi non fa storia ma, piuttosto, fanta-storia, e molto spesso costruisce e diffonde nel pubblico - proprio come l'autore dell' Enciclopedia cronologica delle scoperte e delle invenzioni e del giornalista di "Newton" - immagini del passato forse accattivanti ed ingegnose, ma destituite di ogni attendibilità storica

Prete o abate?

Prete o abate? In un articolo pubblicato dal quotidiano "La Repubblica" del 12 giugno 2001 ("Frankenstein era l'italiano Spallanzani?") Franco Prattico ha commentato alcuni articoli comparsi sul "Times" e il "Guardian" -, che a loro volta riprendevano un intervento di Paolo Mazzarello sulla prestigiosa rivista scientifica "Nature" che esaminava alcuni aspetti della fortuna di Spallanzani nella letteratura ottocentesca. Peccato davvero che in una sede così prestigiosa e diffusa, come il secondo quotidiano italiano, Prattico si sia creduto in dovere di smentire, correggendo i giornali inglesi e lo stesso Mazzarello, che Spallanzani fosse un prete. "In realtà si trattava di un abate - puntualizza con un eccesso di puntiglio veramente mal speso il giornalista -, che era riuscito ad ottenere quella carica religiosa per disporre di una piccola rendita che gli consentisse di proseguire i suoi esperimenti". Se anche un divulgatore benemerito e solitamente scrupoloso come Prattico si mette a diffondere questi errori della pubblicistica più disinformata, cosa può fare il povero storico? Non gli resta che confidare nel detto "repetita iuvant" e ribadire per l'ennesima volta che Spallanzani non fu affatto un semplice abate, come ce n'erano molti nel Settecento, ma aveva davvero preso gli ordini sacerdotali: era cioè "a Roman Catholich priest", come scrive giustamente Mazzarello, anche se ovviamente non fu mai titolare di una parrocchia e di mestiere fece per tutta la vita il professore universitario. Tuttavia, questo non gli impedì di dire messa tutte le mattine, prima a Modena e poi a Pavia. Sull'ordinazione sacerdotale di Spallanzani i documenti conservati presso l'Archivio Arcivescovile di Reggio Emilia non lasciano dubbi di sorta. Chierico tonsurato fin dall'età di dodici anni, egli aveva atteso fino al 1762, quando aveva ormai trentatre anni, per entrare nei ranghi di Santa Romana Chiesa. Perché lo fece? Per una ragione molto semplice e prosaica. Essendo poco soddisfatto del proprio ruolo (e del relativo stipendio) di professore del Seminario-Collegio e dell'Università di Reggio Emilia, aspirava ad andare ad insegnare alla ben più importante Università di Modena, la capitale del Ducato estense di cui faceva parte anche Reggio Emilia. Ma lo Studio modenese dipendeva dalla Congregazione dei Sacerdoti della Beata Vergine e di S. Carlo e nel suo Statuto c'era la clausola formale che tutti i lettori dell'Università fossero sacerdoti. Per farsi prete Spallanzani dovette perfino aggirare una disposizione del Concilio di Trento che aveva fissato in ventisei anni il limite massimo per ottenere gli ordini sacri. Il 12 agosto ottenne la dispensa dal Papa Clemente XIII e in pochi giorni percorse tutti i gradi dell'ordinazione. Il 18 settembre ricevette i quattro ordini minori, il giorno successivo fu investito del suddiaconato, il 21 del diaconato e il 26 fu ordinato sacerdote. Messosi in regola con le prescrizioni dell'Università, l'anno successivo Spallanzani intavolò segrete trattative con la Corte ducale per la sua chiamata a Modena, dove prese ufficilmente servizio all'inizio di novembre 1763 come professore di Fisica, Logica e Metafisica. La sua avventura di prete e di scienziato era iniziata. Ma la strada per arrivare ad incarnare l'archetipo del "wily Faustian scientist able to investigate and dominate the most elusive laws of nature" - cioè la figura dello "Spalanzani" di Hoffmann o delFrankentein di Shelley - sarebbe stata ancora molto lunga!

Tra Portogallo ed America (1997)

In un recente volume dedicato alla storia dell'embriologia tra Seicento e Settecento, intitolato The Ovary of Eve. Egg and Sperm and Preformation (Chicago and London, The University of Chicago Press, 1997, pp. 396), Clara Pinto Correia ha dedicato quasi una trentina di pagine a Spallanzani. Purtroppo per lei, però, la studiosa portoghese dimostra di conoscere ben poco delle opere dello scienziato scandianese - citate solo in traduzioni francesi e inglesi settecentesche - e della bibliografia a lui relativa. Basti solo dire che l'unico saggio di un certo rilievo su Spallanzani che viene ricordato in bibliografia è un articolo di Carlo Castellani del 1973: solo ovviamente perché è stato tradotto in inglese! Appare quasi fatale, date queste premesse, che l'autrice finisca per inciampare in una clamorosa serie di errori di fatto e di affermazioni senza fondamento, che farebbero inorridire qualsiasi studente universitario italiano di storia della scienza. Se ne elencano solo alcuni, a titolo puramente esemplificativo.

1) Pinto-Correia non sospetta minimamente che nella storia della scienza italiana siano esistiti due Antonio Vallisneri - padre e figlio -, e quindi sostiene in perfetta buona fede che l'artefice della carriera scientifica di Spallanzani, il quale convinse il padre di Lazzaro a dargli il permesso di abbandonare gli studi legali, fu "the famous Vallisneri, professor of natural history in Padua" (pp. 60-1, 197): cioè il teorico del "sistema degli sviluppi", autore della Istoria della generazione dell'uomo e degli animali. Non conoscendo le opere di Antonio Vallisneri senior, l'autrice non poteva sapere che il famoso medico scandianese era morto nel 1733, quando Spallanzani aveva appena 4 anni!

2) Pinto-Correia afferma, senza portare nessuna prova - dato che la notizia non ha nessun fondamento storico - che Spallanzani, dopo aver studiato dai Gesuiti, "passed to the Dominicans, and received the Minor Orders from them" (p. 60).

3) Spallanzani ebbe, a detta della storica portoghese, due maestri, entrambe donne: la cugina Laura Bassi e la sorella Marianna. Sul presunto magistero della sorella fa delle affermazioni inaudite. A sentire Pinto-Correia, che si basa su uno studio davvero datato (del 1917) di James J. Walsh su Catholic Churchmen in Science, sarebbe stata proprio Marianna a fornirgli "all the tools of the trade" (p. 60). Addirittura sarebbe stato "largely in her hands" "the arrangement of the cabinet of Natural History which came to be the focus of the scientific attention of Europe". Durante le assenze del fratello "distinguished visitors were taken through the cabinet by Marianna" (p. 320). Ancora una volta Pinto-Correia non sospetta che Spallanzani avesse allestito due musei naturalistici, uno a Pavia e l'altro a Scandiano, e che solo di quest'ultimo si fosse occupata la sorella, collaborando con l'altro fratello Niccolò a disinfestare periodicamente la collezione degli uccelli. Anche in questo caso un piccolo riscontro biografico sarebbe stato sufficiente a rimettere le cose al loro posto: Marianna era più giovane di Lazzaro di ben 10 anni, essendo nata nel 1739, e durante la propria vita non si recò mai a Pavia!

Lazzaro Spallanzani astronomo ?

Non l'avremmo saputo, se non avessimo letto il volume di Elena Croce, La patria napoletana, pubblicato da Adelphi nel 1999. L'autrice, scrivendo su una nobildonna di rara bellezza, dama di Margherita di Savoia, racconta, come vuole un aneddoto romano, che l'astronomo Lazzaro Spallanzani la invitasse all'Osservatorio col pretesto di mostrarle le stelle, ma "in realtà per dirle che l'astro più splendente era lei". Lazzaro non fu astronomo, non ebbe un osservatorio, inoltre visse nel secolo precedente. Fu infatti a Roma per pochissimi giorni, giusto il tempo per andare a pranzo dall'Ambasciatore di Venezia e il giorno dopo il cardinale Ignazio Boncompagni Ludovisi, nella seconda metà di luglio del 1788, durante il viaggio verso il Regno delle Due Sicilie, dove si recò per studiare i fenomeni vulcanici. Margherita di Savoia salì al trono col marito Umberto I nel 1878. L'equivoco nasce forse dalla presenza a Roma in questi anni di un altro illustre scienziato reggiano, l'astronomo Angelo Secchi (Reggio Emilia 1818-Roma 1878), direttore dell'Osservatorio del Collegio Romana. Mai fidarsi degli aneddoti.

 

Notizie da una cronaca manoscritta cittadina

24 marzo 1867 - Alle 11 antimeridiane nel tempio della Beata vergine della Ghiara ebbe luogo la solenne distribuzione dei premi agli studenti nei pubblici istituti per l'anno scolastico 1865-1866. Vi concorsero le autorità civili e militari e molti cittadini. Il professor Giacomo Prandi lesse un bellissimo elogio del celebre nostro naturalista Lazzaro Spallanzani. La banda cittadina suonò durante la solennità.

REGGIO EMILIA, Biblioteca Panizzi - Mss.Regg. F305, ANGELO BALDI, Cronaca di Reggio nell'Emilia dal 1865 al 1867 dai giornali cittadini.

 

Antica Farmacia del Lazzaretto - Via Panfilo Castaldi, 29 - Milano

Attiva prima del 1750, nota per l'Amaro medicinale Giuliani, possiede sculture in ebano di Spallanzani, Morgagni, Scarpa, Torricelli e Volta, di autore ignoto e 46 vasi di porcellana Ginori del 1860.

 


Disegno relativo ad esperimenti compiuti da Galvani

Dizionario ottocentesco degli uomini illustri